L'Arte di Ospitare

savoir faire

Home - Formazione                                                                                                                                               autore  Giuseppe Catalani


Un giorno mi trovavo a curiosare tra gli scaffali di una biblioteca e mi imbattei in un vecchio libro, ben tenuto ma datato. Sfogliai alcune pagine e poi mi  guardai l’indice e fui incuriosito da un paragrafo “Ospitalità in Norvegia” arrivato all’inizio del capitolo lo lessi fino alla fine e vi trovai molti passi in cui venivano descritte le usanze dei popoli antichi riguardo il senso dell’ospitalità e in tutte ricorreva un elemento comune la sacralità dell’ospite. Ma anche la conclusione di questo capitolo mi fece riflettere e proprio per questo vorrei iniziare questo articolo con alcuni passi di questo capitolo.

 “Nell’estratto di un giornale di viaggio del sig.Boyè in Norvegia riportato nel fascicolo di gennaio 1824, Nouv. Ann. Des voyages, viene descritta nel modo seguente l’ospitalità che si esercita in quel paese. << il sig Boyè non riuscì a far accettare alla moglie di quello che gli aveva dato ricovero a Seyerstand niuna retribuzione pel suo desinare. Essa lo condusse alla finestra e mostrandogli il paese all’intorno gli disse: finché la terra ci somministrerà grano, e il mare pesce, niun viaggiatore potrà dire che noi abbiamo preso da lui denaro>>………………………………………….……. Selvaggi e poveri erano gli antichi popoli dell’Italia ma l’ospitalità non era per essi ignota virtù………….……..Esisteva nella Lucania una legge che grave multa imponeva a chi avesse ricusato di albergare i forestieri che dopo il tramontar del sole avessero chiesto asilo. Ma i romani che a quei popoli succedettero, tutte le altre nazioni nella pratica di questa virtù superarono. Ad imitazione dei Greci, luoghi pubblici a ricovero de’forestieri stabilirono, e chiamarono hospicia, poiché hospites chiamavano gli stranieri che ricevevano……………………………….. Quando giungeva l’avviso dell’arrivo d’un forestiero, era uso presso i Romani, che quello che era destinato a riceverlo gli andava incontro e salutandolo col nome di padre, fratello o d’amico seguendo d’ordinario l’appartenenza dell’età piuttosto che del rango, gli tendeva la mano lo conduceva in casa, l’invitava a sedere e presentavagli pane, vino e sale………………………………..L’ospitalità è venuta meno naturalmente in tutta l’Europa, perché tutta l’Europa si è fatta  viaggiatrice e commerciante…………………………………….Lo spirito di commercio nell’unire fra loro tutte le nazioni ruppe gli anelli…………..Questo spirito ha fatto del gran bene e del gran male………..ha preso il luogo dei movimenti segreti della natura, che anticamente con sentimenti teneri e virtuosi univano gli uomini fra loro.

Leggendo questi passi mi chiedo quanto del senso di ospitalità è rimasto nel fare quotidiano e quale è il limite giusto a cui bisogna tendere, quando si opera nel settore dell’Hotellerie e non solo. Affrontando questo tema da un punto di vista puramente economico il senso dell’ospitalità è un valore premiante, che trova la sua giustificazione nel risultato economico. Sicuramente è l’elemento principe, ed essenza stessa dell’attività di albergatore. L’attività che stiamo analizzando è a tutti gli effetti una attività di servizio, dove il rapporto tra fornitore e fruitore è l’elemento cardine dell’attività stessa. Il prodotto fornito (ospitalità) è intangibile e la sua produzione e contestuale al suo consumo. La partecipazione del fruitore e determinante allo svolgersi degli eventi e conseguentemente alla sua riuscita. Lo sforzo che è necessario fare, è trasformare questa immaterialità in qualche cosa di tangibile e misurabile. La percezione di ciò che si sta ricevendo deve andare ben oltre l’aspettativa, diversamente non verrebbe vista ne tantomeno apprezzata, ma nel contempo, deve essere privata di manifestazioni retoriche che potrebbero essere percepite come false. Esiste in questo contesto una dicotomia tra necessità di norme comportamentali e libertà di azione. Infatti la volontà di riportare in un alveo normalizzato e normato i comportamenti, si contrappone alla necessità, dovuta all’interazione con il cliente e con le sue diversità, di una relazione personalizzata che conseguentemente non può essere legata a norme vincolanti. Ecco quindi che il concetto di ospitalità possiamo definirlo come “il comportamento” che all’interno di poche regole, in cui viene sancita la “sacralità” dell’ospite quale presupposto allo svolgersi del rapporto anche se caratterizzato da finalità economiche, è il risultato di una libertà di espressione e relazione in cui sussista un comportamento rispettoso del reciproco ruolo. I rapporti interpersonali non possono essere istaurati sulla base di regole troppo vincolanti, anche se queste regole debbono esserci per delineare l’ambito entro il quale muoversi, ma è la personalità del singolo che determina uno svolgersi positivo o negativo della relazione, che necessariamente viene ad intercorrere tra chi fornisce e chi fruisce del servizio. Qui si vengono ad intrecciare azioni immateriali, quali conversazionalità, piacere di servire e accogliere, capacità di ascolto, discretezza, complicità, riservatezza, e materiali che si concretizzano nell’arte dell’ospitalità.

Non azioni forzate, non gesti meccanici, ma il piacere del rapporto e la soddisfazione nel soddisfare, consapevoli che ognuno dei soggetti che partecipa alla relazione, ha degli obiettivi più o meno dichiarati, ma che debbono trovare nella condivisione delle azioni un risultato comune, seppur diverso: la soddisfazione di un bisogno.

 

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